If you cheat, you may be disqualified.

La minaccia, sempre edulcorata nel tipico stile britannico, risuona nell’aula ogni volta che l’esaminatrice annuncia una parte del test (Reading and Use of English, Writing, Listening e Speaking). Mi trovo in una scuola di inglese in Puglia, dove sosterrò un esame per ottenere il CAECertificate of Advanced English. Il livello C1, per intenderci.

Per noi italiani, abituati a usare ogni tipo di escamotage durante gli esami, dai bigliettini nelle mutande alle scritte sul corpo stile Memento, aiutarsi in qualche modo fa parte del gioco. Ma qui c’è poco da barare. Non si tratta di un test nozionistico, di ricordarsi date storiche o articoli del codice civile. Qui si testa il livello di conoscenza della lingua inglese. E neanche tatuarsi sul corpo l’intera grammatica servirebbe a molto. I banchi sono così distanti l’uno dall’altro da rendere impossibile la classica sbirciatina sul foglio altrui. Inoltre, i controlli durante il test sono rigidi e le regole vanno seguite come in un antico rito religioso.

IL RITO

Ogni parte dell’esame è introdotta dalla lettura delle istruzioni che l’esaminatrice declama scandendo bene le parole. Poi scrive sulla lavagna l’orario di consegna della prova e dà il via all’esame. Ma prima ancora bisogna passare i controlli. I cellulari non basta spegnerli, vanno consegnati prima che cominci il test. Sono raccolti in una busta di plastica che viene sigillata e portata in un’altra stanza. Sul banco si può tenere solo una penna, una matita e una gomma per cancellare. Giacche e zaini vanno lasciati in un angolo lontano. L’acqua va bene, purché si rimuova l’etichetta dalla bottiglia di plastica. Niente cibo. Il bagno si usa solo negli intervalli, a meno di esigenze particolari.

PLEASE DO NOT

Una signora, seduta non lontano da me, indossa una maglietta con una scritta ruspante: Born to be wild. Viene gentilmente invitata a cambiarsi: non si possono indossare indumenti con scritte in inglese durante l’esame. “Non ho nient’altro da mettere” esclama stupefatta la donna. Ma l’esaminatrice ha la soluzione pronta: la candidata può andare in bagno e indossare la T-shirt al contrario. Con l’aria esterrefatta l’esaminanda esegue gli ordini. Lo stesso, mi raccontano poi, accade a una ragazza che sostiene l’esame in un’altra aula. Ha sul braccio un tatuaggio con una scritta in inglese e viene gentilmente invitata a coprirlo con un indumento o con un cerotto. Never give up recita beffardamente la scritta che ha sul braccio. Ma di fronte al protocollo british, si è dovuta arrendere, eccome.

Tiro fuori dalla tasca un pacchetto di caramelle, ne scarto una e la porto alla bocca. L’esaminatrice si precipita al mio banco con il cestino dell’immondizia e me lo porge con un sorriso perentorio. Butto la carta e la signora mi invita con un cenno a rimettere subito il pacchetto in tasca. Nascondo con stupore il corpo del reato.

 

JEEZ, WHAT IS THIS?

L’esame è tosto, molto tosto. E lo sapevo. Per quanto mi riguarda è soprattutto il listening a creare problemi. Non si tratta soltanto di decifrare cosa dicono i due interlocutori nelle conversazioni registrate. Il problema è che a ogni file audio corrispondono delle domande a risposta multipla. Le risposte o sono simili tra loro o rimandano comunque a qualcosa che è stato menzionato nel dialogo. Insomma, il cervello inizia a fumare già dopo 5 minuti.

La signora “selvaggia” sembra ancora più in panne di me. Alla fine della prova ci vengono dati 5 minuti per copiare le domande sull’answer sheet.

“Please put your pencils down” annuncia l’esaminatrice.

La signora continua a scrivere.

“Please put your pencils down” ripete la teacher alzando lievemente il tono.

La candidata persiste nel suo lavoro amanuense.

L’esaminatrice si avvicina al banco e batte col palmo della mano sul foglio, portandolo via con decisione. Un sorriso stempera la sua veemenza. “I am sorry. This is the procedure”.

THIS IS IT

Nell’ultima parte, quella dello speaking, l’atmosfera è un po’ più rilassata. Ma non si allenta la tensione sulle regole.

Si sostiene l’orale in coppia. Una conversazione di 20 minuti circa, che verte su argomenti di varia leggerezza: da “cosa fai nel tempo libero?” a “cosa faresti per sensibilizzare l’umanità sui problemi ambientali?”. Il ragazzo che fa coppia con me per l’esame, prima di entrare, gioca nervosamente con una matita. L’esaminatrice gli dice che non può avere nulla in mano durante la prova. Lui risponde che è un modo per scaricare la tensione. Dopo dieci minuti di trattative gli viene concessa l’autorizzazione a portare con sé la matita. Prima chiedono a me se sono d’accordo. “I don’t mind”, rispondo.

Finito l’esame, i candidati lasciano l’edificio e non possono scambiare parola con chi ancora deve sostenere l’ultima prova. L’ansia si taglia a fette, ma il tutto ha un sapore decisamente anglosassone: serietà, cortesia, pomposità. Il rito va sempre rispettato, anche a costo di sfiorare il ridicolo. Ma in fondo è così per tutte le cerimonie: la ripetizione di gesti e formule comunica sempre un inspiegabile mix di timore, sicurezza e ilarità.

Fuori, per strada, una ragazza che ha sostenuto l’esame con me, si gusta l’ultimo tiro di una sigaretta e butta il mozzicone per terra.

Sono tornato in Italia.