Luigi Ippolito, corrispondente da Londra per il Corriere della Sera, il 23 giugno segna il secondo anniversario del referendum con cui la Gran Bretagna ha deciso di uscire dall’Unione europea. Quali sono finora i punti certi nei negoziati tra le due parti?

Non c’è nessuna certezza. Nulla è concordato finché non è concordato. Anche le convergenze raggiunte nel dicembre scorso sui diritti dei cittadini europei in Gran Bretagna e sul conto del divorzio, non hanno nessun valore finché non si arriva a un accordo finale, che continua a essere rinviato. Al vertice europeo di fine giugno non si concluderà nulla, per cui tutto si sposta al vertice di ottobre, che è già molto vicino alla data dell’uscita della Gran Bretagna (29 marzo 2019, n.d.r.). C’è chi pensa che neanche per ottobre si arriverà a un accordo e sarà necessario un Consiglio europeo straordinario entro la fine dell’anno. Insomma, siamo al fotofinish.

Sembra farsi sempre più concreta l’ipotesi di un “no deal”…

Il rischio di un’uscita catastrofica dall’Europa esiste. I portavoce governativi tendono a minimizzare, ma il calendario incalza: mancano 9 mesi alla data ufficiale della Brexit e ancora non c’è la quadra su alcuni punti sostanziali, inclusa la questione dell’Irlanda del Nord. Si rischia di arrivare al 29 marzo senza un accordo. Anche se si riuscisse a trovarlo entro fine anno, l’accordo deve essere poi votato dal governo britannico prima e dal Parlamento europeo poi.

Ammettiamo che si arrivi ad un accordo tra Gran Bretagna ed Europa entro la fine dell’anno. E che l’accordo preveda quel periodo di transizione che il governo inglese ha richiesto. Che cosa accadrebbe in quel periodo?

Il transition period dovrebbe durare fino alla fine del 2020 ed è un congelamento della situazione attuale. E’ un periodo necessario ad organizzare l’uscita effettiva del Regno Unito dall’Europa, o meglio a rinviarla a dicembre 2020, dal momento che nessuno è ancora pronto. Nulla cambia in realtà, tranne il fatto che già a cominciare da quel periodo la Gran Bretagna non siederà più ai tavoli delle istituzioni europee.

Due anni sono un periodo sufficientemente lungo per valutare gli effetti della Brexit. Che impatto ha avuto l’esito del referendum sull’economia del Regno Unito?

La crescita economica è rallentata e viaggia su livelli italiani. Al momento la Gran Bretagna è il fanalino di coda tra i Paesi sviluppati a livello di crescita. Prima del referendum cresceva a ritmi sostenuti, intorno al 3%. Ora siamo all’1,5%, con tendenza al ribasso. Poi naturalmente c’è stata la svalutazione della sterlina, che ha perso quasi il 20% del suo valore su euro e dollaro e questo ha portato a un leggero aumento dell’inflazione. L’impatto non è stato drammatico, come alcuni avevano paventato, ma è innegabile che l’economia ha avuto un rallentamento.

 

Chi ha tratto vantaggio da Brexit, allora?

Forse neanche il governo britannico saprebbe rispondere a questa domanda. Non c’è traccia del dividendo che i sostenitori della Brexit sbandieravano nei mesi precedenti al referendum, promettendo di dirottare i soldi che la Gran Bretagna pagava all’Europa sulla sanità.  Proprio domenica scorsa Theresa May ha promesso 20 miliardi al settore della salute, ma dopo aver fatto bene i conti, si sono accorti che non è fattibile, a meno che non si alzino le tasse. Il voto per la Brexit però non è stato basato su un ritorno economico: l’obiettivo principale era riprendere il controllo delle frontiere. Ma neanche questo forse verrà raggiunto. Perché, in caso di accordo, l’ipotesi più probabile è una soft Brexit, con una Gran Bretagna ancora legata all’Unione Europea e non del tutto indipendente.

L’immigrazione è stato un cavallo di battaglia di chi in Gran Bretagna ha sostenuto l’uscita dall’Europa. Almeno in questo ambito un cambiamento c’è stato…

L’immigrazione è stata determinante nel voto sulla Brexit. Ed è un punto su cui il governo britannico non transige: la fine della libera circolazione delle persone è un punto non negoziabile per gli inglesi. E questo porta con sé anche la fine del mercato unico, che è strettamente connessa alla libertà di circolazione. Detto questo, l’immigrazione dai Paesi europei è calata e c’è stato anche quello che viene definito “Brexodus”, cioè l’esodo dalla Gran Bretagna di europei e soprattutto est-europei. Sono tantissimi i rumeni e i polacchi ad aver fatto le valigie.

Nel dibattito politico inglese emerge di tanto in tanto la voce di qualche europeista fervente, che si aggrappa alla speranza di restare in Europa. Esiste ancora la possibilità che la Gran Bretagna resti nell’Unione Europea?

Allo stato attuale la possibilità è minima. La situazione politica, però, è in continuo movimento. Se il governo dovesse inciampare in Parlamento e si arrivasse ad elezioni anticipate, si potrebbe profilare la vittoria del partito laburista. In quel caso è tutto da vedere, anche se i laburisti sembrano orientati più verso una soft Brexit, piuttosto che l’annullamento dell’esito del referendum. La situazione politica è molto fragile e io non me la sentirei di puntare neanche una moneta su quello che succederà nei prossimi mesi. Rimane il fatto che bloccare la Brexit è un sentiero strettissimo e difficilmente percorribile.

La Brexit è stato solo il primo segnale di un antieuropeismo in ascesa. In Francia Marie Le Pen ha ottenuto un risultato elettorale clamoroso, in Italia sono al governo forze che possiamo definire euroscettiche e anche in Germania il partito di estrema destra si è rafforzato notevolmente. Esiste un rischio che l’Unione Europea si sfaldi?

Il rischio esiste. In questo momento l’Unione Europea sta attraversando la più grande crisi esistenziale dalla sua fondazione, forse anche più grave della crisi del debito di qualche anno fa. Ma il catalizzatore della crisi non credo sia stata la Brexit. L’Italia rappresenta un caso molto più importante, così come la posizione sempre più pericolante di Angela Merkel in Germania. Rispetto all’Europa, la Gran Bretagna è sempre rimasta con un piede dentro e uno fuori. Il destino dell’Unione europea è più legato a quello che sta avvenendo in Italia e in Germania in questo momento.