“Ma che problemi hanno gli americani?”

Esordisco così, di getto e con ingenuità, mentre varco i cancelli della Georgetown University di Washington DC.

Dopo circa un anno trascorso negli Stati Uniti ho quasi fatto l’abitudine alle stranezze degli Americani. Ma ai sepolcri adibiti a parchi pubblici no, non mi ci abituerò mai.

Avete capito bene! Nel bel mezzo dell’università è situato un cimitero che presenta più che altro le sembianze di un grazioso parco. Mi è capitato più di una volta di vedere cimiteri che spuntano nei luoghi meno prevedibili. Non è inusuale nelle città americane trovarne in pieno centro, senza cancelli o muri a delimitarli, come se fosse normale dover camminare tra le tombe di gente morta e sepolta.

Così ho iniziato ad incuriosirmi fino a scoprire che in realtà gli americani non erano poi così folli quando iniziarono a costruire i loro luoghi di sepoltura. Dopo la rivoluzione industriale dell’800, infatti, ci fu una grande ondata di emigrazione verso i centri urbani. Questo accumulo di uomini condusse ad una situazione igienico sanitaria precaria. Motivo per cui si giunse alla conclusione di dover ristabilire l’ordine e la pulizia.

Una delle soluzioni attuate all’epoca fu proprio la costruzione di aree verdi e, tra queste, quella dei cimiteri. Tra i primi vi fu quello di Mount Auburn, a Cambridge, che è persino organizzato con percorsi ondulati, laghetti, viali alberati e un arboreto con piante esotiche. Questo giardino-cimitero non solamente venne aperto al pubblico, ma divenne persino un luogo frequentatissimo della città, e lo rimane tutt’ora. Ma se all’epoca l’urbanizzazione spinse i cittadini a confondere il macabro con il patriottismo funebre, al giorno d’oggi i cimiteri vengono utilizzati anche come zone di ristoro. Dopo alcune ricerche ho scoperto che spesso intere famiglie vi trascorrono le domeniche organizzando pic-nic.

A Hollywood è situato il Forever Cemetery, ove vengono proiettati film che si possono guardare seduti per terra, ancora una volta in compagnia dei defunti. Rito macabro o ricordo solenne? Del resto qui sono conservate essenzialmente le ossa di personaggi dello spettacolo, attori e registi importanti e riconosciuti al livello internazionale come Cecil DeMille o Janet Gaynor.

Circa un mese fa camminavo tra le lapidi del cimitero di Arlington (nelle foto), dove vengono conservate le ossa del presidente John F. Kennedy. Eravamo al culmine della primavera e i ciliegi erano ancora in fiore, ma sebbene tutto questo avesse le sembianze di un gigantesco e incantevole giardino fiorito, io non ero che circondata da tombe. Una sterminata trafila di lapidi, una identica all’altra. Avevo una mappa tra le mani per non perdermi tra forme geometriche che si ripetevano in sequenza e questo mi ha reso triste e pensierosa.

 

 

Al cimitero nazionale di Arlington la macchina si parcheggia fuori, ma negli Stati Uniti si è soliti entrare in auto per poter persino lanciare i fiori dal finestrino. Non è inusuale vedere celebrazioni funebri in cui si leggono poesie o si arriva a narrare aneddoti della vita dei propri cari. Dopodiché si mangia insieme e si celebra il passaggio. Gli americani usano molto l’espressione: “He/She passed away”, una sorta di “è passato a miglior vita”. Noi italiani diciamo semplicemente che qualcuno è morto, nemmeno defunto.

Torno pensierosa.

Proiezioni di film all’aperto, pic nic con cani paffuti e giocherelloni, passeggiate domenicali. Come se i cimiteri non fossero aree dell’oblio, ma luoghi da tenere in vita. Perché poi se un nostro caro ci lascia, che facciamo? Lo dimentichiamo per sempre? Portiamo i fiori da lasciare con solennità sulla sua lapide?

Forse meglio riderci su tutti insieme, mangiando, bevendo, scherzando e trattando la morte come un’amica, non come una punizione divina.

Sì, però davanti alla mia tomba spero che nessuno organizzi un picnic.  Anche sepolta sotto terra, mi verrebbe l’acquolina in bocca. E  non vorrei sicuramente ri-morire di fame!

 

Donatella Urgesi